Bettino Craxi
Un’amara parabola
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Dopo numerosi anni dalla rivoluzione giustizialista di Mani Pulite, la figura di Craxi comincia ad essere valutata da più parti con maggiore serenità, alla luce di un più freddo giudizio storico.
Benedetto (Bettino) Craxi nasce a Milano il 24 febbraio 1934, in un periodo in cui il fascismo andava rapidamente affermandosi, richiamando consensi sempre più espliciti da parte di tutto il popolo italiano. Primo di tre figli di Vittorio Craxi, avvocato siciliano trasferitosi al Nord (tanto da diventare prefetto di Milano e poi Prefetto a Como ), e di Maria Ferrari una popolana originaria di Sant’Angelo Lodigiano, Bettino è invece allevato nei valori dell’antifascismo e del socialismo liberale.
Iscritto alla Gioventù socialista, entra nella Federazione milanese durante le scuole superiori. Negli anni ’50 è funzionario a Sesto S. Giovanni. Entrerà nel Comitato Centrale del Psi al congresso di Venezia del ’57. A ventitre anni il suo campo di azione sono le università. Lo confessò lui stesso che da ragazzo non amava studiare. Al liceo rimediava promozioni a fatica. Ottiene comunque la maturità classica, ma all’Università non avrà uguale fortuna: frequenta sia la Facoltà di Giurisprudenza a Milano che quella di Scienze Politiche di Perugia. A diciannove anni l’incontro con Anna Maria Moncini, la donna che diventerà sua moglie.
Nenniano di ferro e anticomunista convinto, prosegue come consigliere comunale a Milano dove, nel 1965, entra nella Direzione del Partito. Tre anni dopo, Craxi viene eletto deputato e passa nella Segreteria Nazionale come vice segretario di Giacomo Mancini, poi di Francesco De Martino. In quegli anni allaccia rapporti con i Partiti fratelli europei, mentre in seguito, nei primi anni ’70 sosterrà e finanzierà tutti i partiti socialisti sottoposti a regimi dittatoriali (Grecia, Spagna, Portogallo).
Nel ’76 viene eletto Segretario del Psi al posto di De Martino, indicato come un segretario di transizione. Invece Craxi dimostra non solo di avere numerosi assi nella manica, ma anche idee innovative e per nulla acquiescenti nei confronti dello status quo politico italiano. Al congresso di Torino del 1978, ad esempio, contrappone la “Strategia dell’alternativa” al “Compromesso storico” enunciato dal leader del Pci Enrico Berlinguer, un partito col quale Craxi avvierà una feroce polemica.
Nel ’78 matura un altro avvenimento fondamentale per la carriera dell’uomo politico italiano più decisionista degli ultimi decenni: si tratta dello scandalo Lockheed, scandalo che costrinse l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone a dimettersi anticipatamente e a fare sì che il Psi riesca a imporre, per la prima volta nella sua storia, un saocialista al Quirinale: Sandro Pertini. Lo scontro con i comunisti va avanti. Mentre Berlinguer opera lo strappo con Mosca, avviando la “terza via”, nello stesso periodo Craxi abbandona Lenin e Marx per esaltare il pensiero di Proudhon e cambia il simbolo del Partito: non più falce e martello su libro e sole nascente, bensì un garofano rosso.
Durante il rapimento di Moro, Democrazia cristiana e Pci non ne vogliono sapere di intavolare una trattativa per la liberazione di Aldo Moro. La linea scelta dai due maggiori partiti per affrontare i drammatici 55 giorni del sequestro dello statista Dc è quella della fermezza: nessuna concessione alle Brigate Rosse. Bettino Craxi opterà invece per la linea della trattativa, ma inutilmente.
Il 4 agosto del 1983 forma il suo primo governo: un pentapartito composto da Dc Psi, Psdi, Pri e Pli. Resterà in carica fino al 27 giugno 1986. Un periodo che rimarrà il più lungo mai registrato nella storia della Repubblica. Oltre al record di permanenza, Craxi fu il primo socialista a diventare Primo Ministro in Italia. Nel 1984 (il 18 febbraio) si firma la revisione del Concordato tra Italia e Vaticano. Sparisce la “congrua” e viene introdotto l’ 8 per mille e le offerte deducibili per il Clero. Con il Premier, a siglare l’intesa, il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli.
L’altro strappo col Pci è del 1984 quando, su sua proposta, viene approvato il decreto legge per il taglio di alcuni punti della scala mobile, senza il consenso dei sindacati.
Il 10 settembre del 1985 un aereo egiziano che trasporta Abu Abbas, esponente dell’OLP, un suo aiutante e i 4 dirottatori della nave da crociera italiana Achille Lauro, è intercettato dall’aviazione militare Usa che ne impone l’atterraggio a Sigonella (Sicilia). Craxi rifiuta di consegnare agli Usa i sequestratori palestinesi dell’Achille Lauro affermando che i reati sono stati commessi su suolo italiano e, quindi, compete all’Italia perseguire i reati. I militari italiani di Sigonella si oppongono, con le armi, alle truppe speciali statunitensi.
L’ 8 dicembre 1989 il Segretario Generale dell’ONU lo nomina suo Rappresentante personale per il debito dei Paesi in via di sviluppo. Nel ’90 presenta il suo rapporto all’Assemblea.
Il Segretario Generale lo nomina Consigliere Speciale per lo sviluppo e il consolidamento per la pace e della sicurezza. Per firmare i suoi interventi sull’ “Avanti!” Craxi inizia a usare lo pseudonimo affibbiatogli dal direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, ispirato al “masnadiero di Radicofani”: Ghino di Tacco.
Non è per la verità un soprannome lusinghiero, visto che si trattava di un brigante (anche se c’è chi sostiene che fosse una sorta di Robin Hood), ma Craxi con molto senso dell’umorismo, accetta il dileggio.
Craxi prosegue comunque la sua opera di avvicinamento del Partito Socialista al centro, con l0′intento di farne l’ago della bilancia della politica italiana. Sono gli anni del celeberrimo CAF, l’asse Craxi-Andreotti-Forlani, il governo pentapartito dei primi anni ’90. I tre rovesciano il leader irpino Ciriaco De Mita togliendogli la Segreteria Dc e il governo. Ma Craxi non riuscirà più a riprendere le redini del governo. L’inizio della crisi politica di Bettino Craxi è datata 1992.
La valanga inizia con l’arresto dell’amministratore socialista di una casa di riposo per anziani di Milano, il Pio Albergo Trivulzio: Mario Chiesa, che viene bloccato mentre incassa una tangente da una ditta di pulizie. Craxi lo definisce “un mariuolo”, un ladruncolo che non ha nulla a che fare con il Psi. Ma da quell’episodio parte Mani Pulite, inchiesta condotta dal pm Antonio Di Pietro. Inizia Tangentopoli. Il 15 dicembre 92 arriva il primo avviso di garanzia per l’inchiesta sulla Metropolitana di Milano. Il Pool, guidato da Francesco Saverio Borrelli, invia al leader socialista, il primo avviso di garanzia.
Nell’agosto del ’93, davanti ad un Parlamento ammutolito, fa lo storico discorso che suona come una sfida a tutta la classe politica italiana: “Si alzi in piedi chi di voi non ha preso finanziamenti illeciti in questo Paese”. Poi ricorda i soldi versati dai sovietici al Pci e l’apparato paramilitare del KGB in Italia.
Tuttavia, travolto dagli scandali giudiziari e inseguito dai mandati di cattura del pool Mani Pulite di Milano, Craxi decide di non affrontare i processi e nel 1994 fugge nella sua villa di Hammamet, in Tunisia, presso la quale capi di Stato e politici di tutto il mondo amavano un tempo farsi ospitare. Per sei anni l’Italia fa finta di scordarsi di lui: pochi i politici che gli fanno visita, come altrettanto pochi sono gli amici rimasti al suo fianco.
Muore in Tunisia il 20 gennaio 2000.
Per gli amici ed i parenti era un esiliato.
Per la giustizia italiana un latitante.
c’e stato chi gli ha dedicato una statua …..
e chi avrebbe voluto dedicargli una via …
” SI ALZI CHI NON HA MAI PRESO DEI SOLDI ”
http://www.youtube.com/watch?v=dyjc5N6sepUNapolitano: Craxi, un’impronta incancellabile (tra luci e ombre)
Roma, 18 gen (Velino) – La figura di Bettino Craxi come leader politico e uomo di governo non si riduce alle sue responsabilità sanzionate per via giudiziaria. Su questo, ammonisce il presidente della Repubblica, “il nostro Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni”. In una lunga lettera inviata alla signora Anna Craxi alla vigilia del decimo anniversario della morte del marito Bettino, Napolitano, oltre ad esprimere la sua “vicinanza personale” e a ricordare il suo rapporto “franco e leale” con Craxi, intende “favorire una più serena e condivisa considerazione” della storia della Prima Repubblica e un bilancio “non acritico ma sereno” sul leader socialista. Il quindicennio che va dalla crisi del sistema dei partiti al biennio dei processi, fino al tragico epilogo della vicenda umana di Craxi, impone “ricostruzioni non sommarie e unilaterali”. Quindi il capo dello Stato osserva come la politica estera ed europea del governo Craxi sia “da acquisire al patrimonio della collocazione e funzione internazionale dell’Italia”, e come in essa vi siano “elementi di condivisione e di continuità che da allora sono rimasti all’attivo di politiche essenziali per il profilo e il ruolo dell’Italia”. Napolitano ricorda “il discorso sulle riforme istituzionali”, forse l’elemento “più innovativo della riflessione e della strategia politica” di Craxi. Rievoca quindi il periodo di Mani Pulite, attribuendo all’”insieme dei partiti e dei leader” quel “vuoto politico” in cui “trovò spazio, sostegno mediatico e consenso l’azione giudiziaria, con un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia”. E, infine, il presidente Napolitano riconosce, “senza mettere in questione l’esito dei procedimenti”, che “il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza eguali sulla sua persona”.
LE REAZIONI – “Con viva emozione” la signora Anna ha ricevuto la lettera del presidente Napolitano e lo ha ringraziato per le sue parole. Apprezzamento per il “sereno messaggio del capo dello Stato, volto a promuovere quella pacificazione generale che è anche nelle mie speranze”, è giunto anche da Stefania Craxi, figlia del leader socialista. Sulla figura di Craxi, ha osservato stasera al Tg1 il ministro e coordinatore del Pdl Sandro Bondi, “vi sono certamente dei segnali di novità da parte della sinistra”, anche se arrivano “molto tardi e con tante ambiguità. Se la prima Repubblica ha avuto delle colpe – ha aggiunto – certamente Bettino Craxi ha pagato per tutti. E’ ora di riconoscerlo e di riconoscere anche i meriti che ha avuto e ha nei confronti del nostro Paese”. “Il presidente ha sottolineato un fatto storico. Gli errori che ha fatto li ha pagati molto cari e molto duramente. Come al solito il nostro presidente ha avuto parole nette”, ha commentato il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, invitando tutti ad avere “la serietà per un approfondimento di quella vicenda storica e di quella personalità”. No comment invece da Antonio Di Pietro, ex pm di Mani Pulite: “Non voglio fare alcuna polemica con il capo dello Stato”. Qualsiasi “riabilitazione a posteriori”, per il suo compagno di partito, l’ex pm Luigi De Magistris, sarebbe “uno sfregio alla storia del nostro Paese e a chi crede ancora oggi nella legalità e nella giustizia, oltre che nella politica”. “Per un uomo politico e un leader di governo – aggiunge – non c’è colpa peggiore di quella che lo vede macchiarsi di corruzione e clientele, che lo vede approfittare della sua posizione per abusare della ‘cosa pubblica’, arrivando a sottrarsi al giudizio della magistratura per concludere la sua vita in latitanza. Bettino Craxi è stato questo ed è un aspetto che azzera tutto il resto”. Non condivide il giudizio dato su Craxi dal presidente della Repubblica neanche il portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero, che usa parole dure: “Non fu un grande statista né un grande riformista, ma un politico di cui ci si dovrebbe vergognare e non da santificare”.
IL RAPPORTO CON CRAXI – Il capo dello Stato non dimentica il rapporto che fin dagli anni ’70 ebbe con Bettino Craxi. Un rapporto che ricorda “franco e leale, nel dissenso e nel consenso che segnavano le nostre discussioni e le nostre relazioni anche sul piano istituzionale. E non dimentico – prosegue Napolitano – quel che Bettino Craxi, giunto alla guida del Partito Socialista Italiano, rappresentò come protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea”.
NO A DISTORSIONI E RIMOZIONI – Ma il presidente Napolitano intende cogliere l’occasione di questa ricorrenza “per favorire una più serena e condivisa considerazione del difficile cammino della democrazia italiana nel primo cinquantennio repubblicano”. Cammino di cui fecero parte “l’esplodere della crisi del sistema dei partiti che aveva retto fino ai primi anni ’90 lo svolgimento della dialettica politica e di governo nel quadro della Costituzione”, così come “il susseguirsi, in un drammatico biennio, di indagini giudiziarie e di processi, che condussero, tra l’altro, all’incriminazione e ad una duplice condanna definitiva in sede penale” di Craxi. Poi, “l’epilogo, il cui ricordo è ancora motivo di turbamento, della malattia e della morte in solitudine, lontano dall’Italia”, dell’ex presidente del Consiglio. Aspetti della nostra storia politica e istituzionale che Napolitano definisce “tragici” e che “impongono ricostruzioni non sommarie e unilaterali di almeno un quindicennio di vita pubblica italiana”. La “considerazione complessiva” della figura di Craxi come leader politico, uomo di governo impegnato sia nella guida dell’Esecutivo che nella rappresentanza dell’Italia all’estero non può ridursi alle sue responsabilità sanzionate per via giudiziaria, avverte il capo dello Stato. “Il nostro Stato democratico – sottolinea Napolitano – non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere”. Il presidente giudica quindi positivamente “il fatto che da diversi anni attraverso importanti dibattiti, convegni di studio e pubblicazioni, si siano affrontate, tracciando il bilancio dell’opera di Craxi, non solo le tematiche di carattere più strettamente politico, relative alle strategie della sinistra, alle dinamiche dei rapporti tra i partiti maggiori e alle prospettive di governo, ma anche le tematiche relative agli indirizzi dell’attività di Craxi Presidente del Consiglio”.
LE SCELTE DI POLITICA ESTERA – Di tale attività Napolitano sceglie di considerare in particolare un aspetto, “per mettere in evidenza come sia da acquisire al patrimonio della collocazione e funzione internazionale dell’Italia la conduzione della politica estera ed europea del governo Craxi”. Si tratta delle scelte compiute da Craxi negli anni 1983-87. Scelte che “videro un rinnovato, deciso ancoraggio dell’Italia al campo occidentale e atlantico, anche di fronte alle sfide del blocco sovietico sul terreno della corsa agli armamenti; e videro nello stesso tempo un atteggiamento ‘più assertivo’ del ruolo dell’Italia nel rapporto di alleanza – mai messo peraltro in discussione – con gli Stati Uniti. In tale quadro si ebbe in particolare un autonomo dispiegamento della politica estera italiana nel Mediterraneo, con un coerente, equilibrato impegno per la pace in Medio Oriente”. “Il governo Craxi e il personale intervento del Presidente del Consiglio – aggiunge Napolitano – si caratterizzarono inoltre per scelte coraggiose volte a sollecitare e portare avanti il processo d’integrazione europea, come apparve evidente nel semestre di presidenza italiana (1985) del Consiglio Europeo. Né si può dimenticare l’intesa, condivisa da un arco assai ampio di forze politiche, sul nuovo Concordato: la cui importanza è stata pienamente confermata dalla successiva evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa”. “Numerosi”, dunque, per il capo dello Stato, “gli elementi di condivisione e di continuità che da allora sono rimasti all’attivo di politiche essenziali per il profilo e il ruolo dell’Italia”.
IL DISCORSO SULLE RIFORME ISTITUZIONALI – In un bilancio “non acritico ma sereno” dei quattro anni di governo Craxi, secondo Napolitano “deve naturalmente trovar posto il discorso sulle riforme istituzionali che aveva rappresentato, già prima dell’assunzione della Presidenza del Consiglio, l’elemento forse più innovativo della riflessione e della strategia politica dell’on. Craxi”. Un discorso che tuttavia “non si tradusse in risultati effettivi di avvio di una revisione della Costituzione repubblicana”. Napolitano ricorda i lavori della Bicamerale Bozzi, “alle cui conclusioni, peraltro discordi… non seguì alcuna iniziativa concreta, di sufficiente respiro, in sede parlamentare”, ma anche i “provvedimenti che avrebbero visto la luce più tardi, come la legge ordinatrice della Presidenza del Consiglio” e le “significative misure di riforma dei regolamenti parlamentari”.
IL “VUOTO POLITICO” DELL’INSIEME DEI PARTITI E DEI LEADER – Il presidente si sofferma quindi sul problema del finanziamento della politica, uno dei tanti che “nell’Italia repubblicana si sono trascinati irrisolti”. Ricorda che si era tentato di risolverlo con una legge del 1974, la quale però “mostrò ben presto i suoi limiti, in particolare per la debolezza dei controlli”. Dunque, “attorno al sistema dei partiti, che aveva svolto un ruolo fondamentale nella costruzione di un nuovo tessuto democratico nell’Italia liberatasi dal fascismo – riflette il presidente Napolitano – avevano finito per diffondersi ‘degenerazioni, corruttele, abusi, illegalità’, che con quelle parole, senza infingimenti, trovarono la loro più esplicita descrizione nel discorso pronunciato il 3 luglio 1992 proprio dall’on. Craxi alla Camera, nel corso del dibattito sulla fiducia al governo Amato”. Erano già in corso le iniziative giudiziarie di Mani Pulite, ricorda Napolitano, che rimprovera all’”insieme dei partiti e dei loro leader” di non essere giunti “tempestivamente” ad “un comune pieno riconoscimento delle storture da correggere”, né ad “una conseguente svolta rinnovatrice sul piano delle norme, delle regole e del costume”. Un “vuoto politico” in cui “trovò, sempre di più, spazio, sostegno mediatico e consenso l’azione giudiziaria, con un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia”.
SU CRAXI “DUREZZA SENZA EGUALI” – “Senza mettere in questione l’esito dei procedimenti” che riguardarono Craxi, il presidente Napolitano riconosce tuttavia come “un fatto che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza eguali sulla sua persona. Né si può peraltro dimenticare – aggiunge il capo dello Stato – che la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ritenne, con decisione del 2002, che, pur nel rispetto delle norme italiane allora vigenti, fosse stato violato il ‘diritto ad un processo equo’ per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea”. Se sul piano costituzionale l’Italia si è adeguata alle regole del giusto processo, per Napolitano “si deve invece parlare di una persistente carenza di risposte sul tema del finanziamento della politica e della lotta contro la corruzione nella vita pubblica. Quel tema – osserva – non poteva risolversi solo per effetto del cambiamento (determinatosi nel 1993-94) delle leggi elettorali e del sistema politico, e oggi, in un contesto politico-istituzionale caratterizzato dalla logica della democrazia dell’alternanza, si è ancora in attesa di riforme che soddisfino le esigenze a cui ci richiama la riflessione sulle vicende sfociate in un tragico esito per l’on. Bettino Craxi. E’ questo – conclude Napolitano – cara Signora, il contributo che ho ritenuto di dover dare al ricordo della figura e dell’opera di suo marito, per l’impronta non cancellabile che ha lasciato, in un complesso intreccio di luci e ombre, nella vita del nostro Stato democratico”.

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